Indice La spartizione della Jugoslavia

ABSTRACT

Questo breve studio intende contribuire al lavoro dei ricercatori che solo da qualche anno si stanno impegnando a porre nella giusta prospettiva una storia che nel corso dei decenni ha assunto - per usare le parole di uno degli studiosi che maggiormente l'ha approfondita - il carattere di "storia di un paradosso" 1
Questo paradosso consiste nell'attribuzione ai vertici politici e militari dell'Italia fascista di un volontario e mirato impegno volto al salvataggio degli ebrei presenti nelle zone da essi controllate nella Jugoslavia occupata, quando questi erano esposti alle violenze degli ustascia ed alla deportazione da parte dei tedeschi.
Episodi che videro singoli italiani - civili o militari - reagire alle violenze che venivano perpetrate sotto i loro occhi e prestare il loro aiuto alle vittime, non possono essere generalizzati e trasformati in un preciso intendimento politico ed umanitario da parte delle autorità che rappresentavano, pur sempre, uno Stato centrale che aveva adottato pesanti leggi antiebraiche.
Il saggio prenderà le mosse dalle modalità con le quali le forze dell'Asse operarono la spartizione della Jugoslavia occupata, spartizione che, per quanto riguardò l'Italia, avvenne principalmente attraverso difficili mediazioni con il neonato Stato Indipendente Croato sul territorio del quale si trovavano le regioni che il fascismo rivendicava.
Verranno successivamente illustrate le modalità con le quali il governo fascista definì l'organizzazione amministrativa e di controllo dei territori conquistati, e verranno analizzate le modalità - tra di esse differenti - con le quali vennero attuati i provvedimenti riguardati gli ebrei finiti sotto loro giurisdizione italiana.
Dall'analisi emergerà come non sempre venisse applicata la linea dura del governo fascista, che imponeva il respingimento di tutti i profughi che si fossero presentati alle frontiere. Le autorità italiane presenti in tutte le zone che ricadevano sotto la loro giurisdizione, premettero sul governo centrale perché ad un notevole numero di profughi venisse concesso il trasferimento in territorio italiano, sotto forma di internamento.
Va ricordato, a questo proposito che l'essere assegnati alla residenza coatta in un campo o in una località non era considerato dai profughi in fuga dalla Jugoslavia occupata, una misura costrittiva come lo era stato per gli ebrei stranieri o resi apolidi dalle leggi antiebraiche presenti in Italia nel 1940, bensì veniva visto come l'unica forma di salvezza possibile.
Ambedue gli atteggiamenti delle autorità , tuttavia , derivavano da considerazioni prettamente politiche.
Per quelle civili accoglienza o respingimento erano due soluzioni , per quanto opposte, ugualmente rispondenti alla loro principale esigenza che era quella di liberarsi di persone che potevano creare problemi di ordine pubblico oltre che economici.
Allo stesso modo si comportarono le autorità militari cui ugualmente il governo aveva imposto di partecipare ai respingimenti dei profughi nelle zone da esse controllate.
Anche queste infatti alternarono - a seconda delle posizioni ideologiche dei vari generali dei Corpi d'Armata - da una parte l'obbedienza alle disposizioni del governo centrale, dall'altra un atteggiamento protettivo assunto all'inizio con l'intenzione di pacificare i territori nei quali imperversavano gli ustascia e, successivamente, perché intendevano differenziarsi dall'alleato tedesco quando questo volle imporre la consegna degli ebrei presenti nella parte di territorio croato da esse presidiato.
Questa la realtà che emerge dai documenti, molti dei quali consentono anche di lavorare alla ricostruzione del numero il più vicino possibile a quello effettivo sia degli ebrei provenienti dalla Jugoslavia che furono accolti in Italia sia di quelli che, rimasti nelle zone annesse o occupate, furono internati in campi appositamente istituiti dai militari italiani.
Questo è, infatti, uno degli aspetti più controversi a partire dai quali vengono costruite storie o formulate valutazioni sul comportamento degli italiani durante l'occupazione della Jugoslavia.
L'illustrazione del contesto storico politico, della stessa distribuzione o degli spostamenti sul territorio dei profughi consentirà di verificare l'attendibilità e la congruenza dei dati ordinati nelle tabelle che accompagnano questo saggio.
Confrontati tra di loro, inoltre, e sistemati in un preciso ordine cronologico - gli stessi dati confermeranno l'alternarsi dei provvedimenti e dei comportamenti delle autorità italiane, civili e militari la contraddittorietà che spesso li caratterizzava, la loro evoluzione man mano che le sorti della guerra precipitavano e si cercava di procurarsi qualche benemerenza da spendere utilmente dopo la sconfitta.
La ricerca delle informazioni relative alla provenienza degli internati in Italia è ancora in corso, per cui le cifre presenti nel saggio potrebbero non coincidere con quelle che risulteranno dai link al database posti in calce alle pagine dedicate all'internamento dalla Provincia di Lubiana, dalla Dalmazia, dalla Provincia del Carnaro, dal campo di Kavaja.
Le eventuali variazioni, tuttavia, non smentiranno la sostanza dei risultati e il significato generale che essi forniscono alla ricostruzione delle vicende oggetto del presente saggio.


1 Davide Rodogno, Il nuovo ordine mediterraneo - Le politiche di occupazione dell'Italia fascista in Europa (1940-1943) ed. Bollati Boringhieri 2003, p.432

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