Premessa Indice L'internamento civile

1. L'INTERNAMENTO CIVILE COME STRUMENTO DI GUERRA NELLA PROVINCIA DI LUBIANA

1.1 L'annessione

Dopo aver concluso in pochi giorni le operazioni militari iniziate il 6 aprile del 1941, le potenze vincitrici, cioè la Germania, l'Italia, l'Ungheria e la Bulgaria si affrettarono a spartirsi il territorio della Jugoslavia.
In particolare la Slovenia fu suddivisa in due zone: quella nord-orientale , più ricca di materie prime e maggiormente industrializzata, fu rivendicata dalla Germania, all'Ungheria fu assegnata una piccola porzione di territorio, il Prekmurje (Oltremura), che si estendeva per 997,54 kmq.
La parte sud-occidentale, infine, fu assegnata all'Italia che, il 3 maggio del 1941, con un atto apertamente contrario alle convenzioni internazionali, i ne proclamò l'annessione, denominandola Provincia di Lubiana e integrandola a tutti gli effetti nel Regno.
La provincia si estendeva su un territorio vasto circa 4.550 kmq e comprendeva, oltre alla capitale Lubiana, le regioni della Notranjska e della Dolenjska.Il presidio militare nella regione fu affidato all'XI Corpo d'Armata al comando del generale Mario Robotti, mentre al governo civile fu chiamato Emilio Grazioli - ex federale per la provincia di Trieste ed ex consigliere nazionale del PNF - che assunse il titolo di Alto commissario per la Provincia di Lubiana, alle dirette dipendenze del Ministero dell'Interno.
Questo territorio non era stato messo nel conto delle aspirazioni italiane che erano orientate, fin dall'inizio, verso la Dalmazia, anche perché in esso la presenza italiana era molto limitata: su 340.000 abitanti, infatti, solo 458 erano italiani.
Di fatto la sua annessione fu imposta al governo fascista quasi come compenso per non aver ricevuto piena soddisfazione alle proprie pretese sulla Dalmazia a causa dei contrasti che si erano creati tra la stessa Italia e i croati. Questi ultimi, infatti, durante le trattative che ratificarono il nuovo assetto della ex Jugoslavia si erano opposti con forza alle aspirazioni del regime fascista in quella zona.
Di fronte al fatto compiuto, la propaganda fascista rispolverò pretese ragioni storiche che avrebbero dovuto dimostrare i legami esistenti tra l'Italia e i territori che avevano al centro Lubiana (l'antica Emona) con cui dimostrare che l'acquisizione di quella parte della Slovenia non era scaturita da una sconfitta diplomatica e che l'impegno economico, militare, umano che l'annessione avrebbe comportato era pienamente giustificato.
Le velleità antitedesche di Costanzo Ciano prefiguravano, inoltre, una Slovenia meridionale divenuta "provincia italiana con larghe autonomie amministrative, culturali e fiscali" nella quale sarebbero affluiti anche gli sloveni sottoposti al brutale dominio nazista.
L'annessione della Slovenia meridionale finì per essere considerata una soluzione favorevole al regime per due ragioni, una esterna, una interna.
Quella esterna riguardava il fatto che con la nuova provincia divenuta italiana si sarebbe creata una sorta di area cuscinetto tra il confine italiano preesistente e quello del Reich che, con l'annessione della Slovenia settentrionale, arrivava ormai fino alla penisola balcanica.
Quella interna riguardava la prospettiva dell'italianizzazione completa delle popolazioni che slave, come compimento di quella dei gruppi slavi allogeni che risiedevano in varie parti del Friuli Venezia Giulia iniziato con l'avvento al potere di Mussolini.
Non più, quindi, fascismo di frontiera o di confine , proprio perché frontiere e confini con il territorio slavo dal quale gli allogeni provenivano non sarebbero più esistiti, dopo che la vera e propria guerra contro lo slavismo condotta dal fascismo sarebbe stata definitivamente vinta.
E' da questa impostazione che derivò l'aspetto profondamente razzista che caratterizzò l'occupazione italiana della Provincia di Lubiana e, a discesa, per usare le parole di Enzo Collotti "la violenza politico-propagandistica che accompagnò la repressione militare e poliziesca contro l'insurrezione partigiana in generale e quella slovena in particolare" ii
In questo scenario, la scelta di Grazioli che aveva costruito la propria carriera politica, per quanto non brillante, proprio a Trieste, centro della politica antislava, si caratterizzò come una scelta di continuità ideologica e strategica, in grado di trasferire nella nuova provincia la politica aggressiva già messa in atto nel territorio nazionale contro le popolazioni slave.
Il periodo iniziale dell'occupazione italiana fu caratterizzato, per volontà di Grazioli, dalla concessione di una certa autonomia amministrativa e culturale.
Questa sorta di luna di miele si interruppe, però, già all'inizio dell'estate del 1941, quando in Slovenia, con la nascita del Fronte di liberazione nazionale sloveno (Osvobodilna Fronta) iniziò la lotta partigiana che dal Montenegro si era rapidamente estesa anche in Serbia, in Bosnia e in Croazia
La reazione italiana alle prime azioni del Fronte mise in evidenza la spaccatura che in atto tra l'autorità civile e quella militare sul modo in cui gestire quello che, nei documenti, veniva chiamato "ordine pubblico".
Le autorità militari, con il generale Robotti in testa, manifestarono al governo centrale la loro sfiducia nell'operato di Grazioli, ritenuto troppo accondiscendente con la popolazione civile e chiesero a Roma che la repressione del dissenso, in qualsiasi forma si fosse manifestato, ricadesse sotto la loro responsabilità.
Grazioli rispose alle accuse dei militari emanando una serie di provvedimenti che dovevano dimostrare la consistenza della sua autorità e la sua capacità di reazione.
Con l'ordinanza n. 97 dell'11 settembre 1941 Grazioli introdusse la pena capitale immediata per la detenzione di armi, per gli atti di sabotaggio, per la propaganda "sovversiva" e per l'aiuto ai "sovversivi". iii
L'organismo che doveva rendere operativa l'ordinanza era un Tribunale speciale - in realtà una sezione speciale del Tribunale militare di guerra della II Armata - istituito con un bando dello stesso Mussolini in 7 novembre del 1941.
Gli intrecci se non le sovrapposizioni di compiti che emergono da questi primi provvedimenti si protrassero per tutta la durata dell'occupazione italiana e dettero origine ad una serie di bandi che dovevano, di volta in volta, confermare o ridistribuire tra le autorità civili e quelle militari competenze e responsabilità.
Bisogna ad ogni modo ricordare che il Tribunale istruì sino all'8 settembre del 1943 ben 8.737 processi contro 13.186 imputati, tra i quali 84 condannati alla pena capitale, 434 all'ergastolo e 2.695 a pene fra i 3 e i 30 anni di reclusione.


i In base alla Convenzione internazionale dell'Aja sulle leggi e gli usi della guerra terrestre, allora vigente, lo Stato occupante può considerarsi solo amministratore e usufruttuario dei beni appartenenti allo Stato nemico, che ne conserva l'effettiva proprietà.
ii Enzo Collotti, Sulla politica di repressione italiana nei Balcani in L. Paggi (a cura di), La memoria del nazismo oggi, Scandicci, La Nuova Italia, 1997, p.190
iii L'ordinanza rendeva attuative le misure di regolazione dell'attività contenute in due bandi di massima emanati dal duce, in qualità di Comandante supremo delle Forze Armate, il 3 e il 24 ottobre 1941. I due testi di legge tracciano i confini di competenza di giudizio demandati ai tribunali militari italiani nei territori jugoslavi annessi.

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