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Gli internati

Introduzione

Le richieste inviate dagli ebrei stranieri internati nei campi o in località più isolate della penisola potrebbero rappresentare un campionario di tutte quelle esaminate nelle altre sezioni di questa ricerca, ma con una differenza di fondo.
Va considerato, infatti, che, trattandosi in maggioranza di ebrei rifugiati o trasferiti in Italia, come ad esempio quelli provenienti dalla Jugoslavia occupata, erano in pochi a poter fare accompagnare le loro suppliche da raccomandazioni di alti prelati o di personalità in qualche modo collegate con il Vaticano. Il punto di riferimento per arrivare alla Segreteria di Stato del Vaticano, diventava necessariamente il vescovo o il parroco del paese in cui si gli internati si trovavano a risiedere forzatamente.
Questo accadeva soprattutto quando veniva richiesto l’appoggio per le pratiche di emigrazione, già difficili per chi era libero, quasi impossibili per chi si trovava, praticamente, in condizione di cattività, ma che non aveva ancora perso la speranza di poter lasciare l’Europa.1
Nell’economia di questa ricerca, le pratiche relative all’esito delle richieste di appoggio per ottenere visti di ingresso in Brasile rivestono una particolare importanza.
Per gli internati, infatti, è stato possibile conoscere il luogo in cui si trovavano tra il 1943 e il 1945, quando ormai le concessioni dei visti da parte del governo brasiliano erano i terminate da tempo e controllare quante delle raccomandazioni trasmesse dalla Segreteria di Stato all’Ambasciata brasiliana presso la Santa Sede erano andate a buon fine o, meglio ancora, se il visto che dai documenti risulta concesso sia stato effettivamente usato.
Il “campione” sul quale questa operazione è stata eseguita è relativamente poco numeroso rispetto al numero dei visti di ingresso in Brasile che – almeno sulla carta - risultano essere stati concessi, ma si ritiene che il risultato del riscontro possa comunque aggiungere elementi utili alla ricostruzione dell’intera vicenda del Progetto Brasile.
Del resto il problema dell’effettiva possibilità di usare i visti era avvertito anche da qualcuna delle autorità coinvolte nella sua concessione, come dimostra una nota dell’Ambasciata brasiliana presso la Santa Sede inviata al Ministero degli Esteri il 28 novembre del 1941, a proposito dei limiti generali e delle difficoltà che il Progetto Brasile incontrava nella sua attuazione.
Dato che queste autorizzazioni sono state distribuite a diversi consolati in date diverse – si legge nel documento - questa Ambasciata non può determinare dove si trovino quegli israeliti, molti dei quali sono già in viaggio sani e salvi. L'ambasciata viene però informata che, delle 157 autorizzazioni concesse al consolato generale ad Amsterdam, solo 33 visti sono stati ritirati, non tutti utilizzabili in quanto al momento già scaduti. Lo stesso accade con numerosi visti concessi dall'ambasciata nel paese di origine, i cui beneficiari, a causa della lentezza delle formalità di transito attraverso la Spagna o il Portogallo, non potranno utilizzarli se non viene loro concesso il necessario rinnovo.2
Va anche detto, comunque, che, salvo alcune eccezioni, le richieste al Vaticano di essere appoggiati nell’emigrazione in Brasile, come in altre nazioni, appaiono come tentativi estremi e senza alcuna speranza. Questa stessa sensazione si prova leggendo le suppliche di quelli che chiedevano di poter essere raggiunti in Italia dai familiari che erano rimasti in Germania, in Austria o nelle altre nazioni ormai occupate dai nazisti o quelle che imploravano la liberazione dei familiari di cui si sapeva già che erano stati deportati o si temeva che lo sarebbero stati entro breve tempo.
L’esito di queste richieste, per loro come per tutti gli altri che le inviano, dall’Italia o dall’estero, è sempre negativo e lo stesso impegno con cui la Segreteria di Stato in qualche caso di adopera, risulta essere quasi un atto burocratico del quale si conosce fin dall’inizio l’inutilità.
Ad arrivare alla Segreteria di Stato, infine, sono le richieste legate alla specifica condizione che si viveva nell’internamento: essere trasferiti in luoghi più confacenti alle proprie condizioni di salute, ricongiungersi al proprio coniuge o ad altri familiari, ottenere una licenza o, infine, anche essere prosciolti.
Queste, per regola, dovevano essere inviate in prima istanza al Ministero dell’Interno dal quale – fatte salve quelle per il proscioglimento – sarebbero state in generale accettate anche senza l’intervento del Vaticano. Eppure anche per esse ci si rivolgeva ai vescovi, gli unici intermediari, se così possono essere definiti, tra gli internati e la Santa Sede, l’autorità più vicina ed in generale disponibile verso gli ebrei convertiti, ma anche per quelli che speravano comunque di trovare ascolto nei rappresentati di una Istituzione considerata universale.


1 La circolare n. 443/81118b inviata il 16 settembre 1940 ai prefetti del Regno e al questore di Roma ordinava ai ai prefetti di facilitare al massimo l’esodo verso l’estero degli ebrei stranieri e apolidi, anche se, per misure precauzionali, gli stessi soggetti erano stati inviati nei campi di concentramento o all’internamento libero. Cfr Carlo Spartaco Capogreco, I campi del duce – l’internamento civile nell’Italia fascista (1940-1943), Einaudi, Torino, 2004, p.290
2 Avraham Milgram – – A Tentativa de salvação de católicos – não-arianos – da Alemanha ao Brasil através do Vaticano (1939-1942) cit. pp29 e segg.

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