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Voci dalla Shoah

Introduzione

L’Italia - scrive Michele Sarfatti nel suo I confini della persecuzione - fu tra i Paesi maggiormente raggiunti dalle notizie sulla sorte riservata agli ebrei dall’alleato. […] Il loro arrivo è testimoniato in corrispondenze personali, in diari, in documenti ministeriali, in relazioni ad autorità, in comunicazioni di rappresentanti dello Stato nazista o di esponenti cattolici; ma non in giornali o altre sedi pubbliche. […] Al termine della guerra e della Shoah, esse non sono state oggetto di una accurata indagine; ciò anche per via del loro potenziale destabilizzatore rispetto alle trattative di pace, alla continuità dello Stato e dei suoi altri dirigenti, alla continuità identitaria del ruolo all’epoca svolto dall’Italia e dagli italiani.1
Nel corso della lenta, ma progressiva apertura degli archivi vaticani, è stato possibile verificare che anche alla Santa Sede arrivavano informazioni che non lasciavano dubbi sullo sterminio in atto. Ad inviarle erano esponenti religiosi, ma anche personalità laiche che a loro volta le ricevevano, o le acquisivano personalmente durante viaggi di lavoro nell’Europa dell’Est.
Tutte, ad ogni modo, riferivano apertamente delle “forme esecrande e spaventose” che avevano raggiunto i massacri degli ebrei.2
Fin dalle prime ricerche, inoltre, erano già emersi e pubblicati casi di corrispondenza tra le gerarchie vaticane ed ebrei che erano riusciti a mettersi in salvo, ma avevano genitori, mogli, mariti rimasti in Germania, o negli altri territori passati sotto il controllo dei tedeschi. In angoscia per il loro destino, essi inviavano al Vaticano le loro suppliche contenenti i racconti su quanto stava accadendo, e la richiesta di aiuto alla Santa Sede.3
Con l’apertura degli archivi relativi al pontificato di Pio XII, è diventato finalmente possibile consultare molti altri documenti, anche di questo tipo, finora rimasti inaccessibili su quanto in Vaticano realmente si sapesse.
Su di essi gli storici dovranno lavorare a lungo e, si spera, senza alcun pregiudizio, per arrivare a ricostruire nelle loro motivazioni e nelle stesse loro conseguenze le posizioni assunte da Pio XII e, in sostanza, dallo stesso Vaticano di fronte alla Shoah.

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In questo processo di conoscenza si inserisce la pubblicazione dei documenti contenuti nella Serie Ebrei.
I casi in essa contenuti aumentano significativamente la quantità di informazioni che arrivavano in Vaticano e anticipano anche la loro data, vista la presenza di suppliche inviate già a partire dalla la fine del 1939 e l’inizio del 1940.
Siamo, in questi mesi, proprio nel primo periodo di quella che diventerà la soluzione finale, quello, cioè, in cui iniziano i trasferimenti nel Governatorato Generale non solo degli ebrei e dei polacchi dei territori incorporati nel Reich, ma anche di quelli che risiedevano in Germania, nell’annessa Austria, a Praga, a Morava-Ostrava e anche a Stettino.4
Così lo storico Paul Hilberg descrive questa frase:
Uno dopo l’altro , senza notifica e prevedibile pianificazione i treni arrivarono nel Governatorato generale e si spinsero sempre più lontano verso est, fino al giorno in cui a qualcuno non venne l’idea di fare del distretto di Lublino una Judenreservat, una riserva di giudei.
Una delle prime testimonianze a questo proposito rinvenibili nella Serie Ebrei è quella inviata il 10 febbraio 1940 dalla signora Laura Lem, la cui giovane figlia, a seguito di varie vicissitudini della famiglia, è rimasta da sola a Monaco di Baviera e dovrà così affrontare l’immediato pericolo d'esser portata via a Polonia se non si riuscirà a farla entrare in Italia.
Per questa supplica, come per tutte le altre che sarebbero giunte negli anni successivi alla Segreteria di Stato del Vaticano, veniva risposto che non si poteva fare nulla, a causa delle disposizioni restrittive emanate dal governo italiano circa l'ingresso e soggiorno nel Regno di persone di discendenza israelitica.5
A seguito dell’entrata in guerra dell’Italia, e fino al settembre del 1943, oltre al permesso di ingresso e permanenza per un periodo di tempo limitato, non fu più concesso nemmeno di transito, se non in casi estremamente pietosi.
Una ulteriore valenza di questi documenti – a parere di chi scrive - risiede nel fatto che la richiesta di raccomandazione per favorire l’ingresso dei familiari in Italia, se le si dava seguito, doveva necessariamente passare per il Ministero dell’Interno e il ruolo di mediatore tra quest’ultimo e il Vaticano era affidato, come in tutte le altre circostanze, a Padre Pietro Tacchi Venturi.
Oltre all’interesse che rivestono le osservazioni del gesuita sui casi che seguiva, vanno tenute in conto anche le risposte che egli riceveva dalle autorità fasciste, a voce o per iscritto che trasmetteva alla Segreteria a volte anche riportate tra virgolette. Esse consentono, infatti, quasi di entrare negli uffici in cui il destino di tante persone diventava un semplice affare burocratico, come, in verità, sembra esserlo anche per la stessa Segreteria di Stato.

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Insieme alle richieste di ingresso in Italia, la Segreteria di Stato riceveva dalla Germania, dal Protettorato, dall’Ungheria, da località polacche come Lodz, dalla Francia di Vichy o dalla stessa Parigi, drammatiche suppliche perché la Santa Sede intervenisse per evitare la deportazione di chi scriveva o di suoi parenti, per cercare quelli che erano scomparsi nel nulla o, addirittura, per ottenerne la liberazione dai campi.
Di qualcuno di questi viene fatto anche il nome: Sobibor, Sachsenhausen, Dachau, Jasenovak. Viene fatto il nome anche dei campi di internamento francesi e di quello di Drancy dove gli ebrei arrestati in Francia venivano raccolti per poi essere trasferiti verso luoghi sconosciuti.
In un caso – ma con una confusione di posizione geografica causa omonimia - anche il nome di Birkenau e in un altro che risale al 1944, anche il nome di Auschwitz.
In generale, comunque, la meta verso cui avvengono i trasferimenti - termine che si trasforma presto in deportazione - che viene indicata più spesso è la Polonia, dalla quale, si è convinti, non si tornerà più.
Certo non tutte le informazioni sono precise, contestualizzabili immediatamente con un luogo o un episodio, se le commisuriamo con quanto sappiamo oggi. In più, era naturale che quel poco che si sapeva venisse inserito in un contesto conosciuto, sicuramente persecutorio, come la possibilità trasferimenti in campi di lavoro o di reclusione, e non inimmaginabile come quello che si è scoperto dopo.
A dover farlo sospettare, tuttavia, c’era il silenzio che seguiva alla partenza, il non aver saputo più nulla degli scomparsi, che viene citato in gran parte delle suppliche, silenzio che poteva essere uno dei tasselli e non il meno importante nell’insieme delle informazioni.
Ad ogni modo, di fronte alle suppliche l’azione della Segreteria di Stato era sempre la stessa: l’attivazione nella ricerca di informazioni da parte dei nunzi apostolici presenti nelle nazioni o zone dalle quali la supplica arrivava, la loro risposta che confermava in generale che agli ebrei stava avvenendo qualcosa di terribile, ma che era impossibile anche solo poter chiedere informazioni sul destino a loro riservato.
Impensabile, quindi, poter pensare ad un aiuto.
Nonostante ciò la Segreteria di Stato, ad ogni nuova supplica, ripeteva la stessa proceduta.

Presenti, ma in numero più limitato, tra le suppliche che arrivano alla segreteria di Stato, anche quelle inviate da ebrei italiani, colpiti dall’ordine di arresto emanato dalla Repubblica di Salò il 30 novembre del 1943.
In esse si leggono richieste di interessamento per persone già arrestate, portate via, ma, insieme a queste, troviamo anche suppliche per essere aiutati a nascondersi in qualche convento – e non sempre l’aiuto arrivava immediatamente – o nello stesso Vaticano, cosa che viene rifiutata, almeno nel caso documentato. Tutte, in ogni modo, chiedono apertamente di essere aiutati a salvarsi la vita.

A ciascuna delle tre tipologie di richieste è stata dedicata una parte specifica della sezione. In ciascuna di esse i documenti contenuti nei fascicoli scelti sono stati trascritti per intero, e senza singole introduzioni. Del resto, come si è accennato, la loro evoluzione è sempre la stessa: l’impossibilità per il Vaticano di ottenere ciò che veniva richiesto.
Non è questo, tuttavia, l’aspetto più interessante di questi documenti, considerato che, nelle situazioni di cui vi si parla, nessuno avrebbero potuto ottenere ciò che si chiedeva.
Il loro valore risiede, invece, nel contributo che essi potevano apportare alla consapevolezza del destino cui andavano incontro le persone in essi citate che poteva maturare in Vaticano.6
E a proposito di consapevolezza vale la pena riportare la risposta che, il 20 giugno 1943, viene data alla richiesta di appoggio nelle pratiche di emigrazione per qualche Governo neutrale presentata dal signor Giovanni Bondy, ebreo straniero internato a Sant’Angelo di Lizzola, raccomandato dal Vicariato di Roma:
Appunto per monsignor Colonna, firmato da monsignor dell’Acqua: nelle attuali circostanze non ritengo possibile che il signor Bondy Giovanni possa ottenere il permesso di entrata e di soggiorno in qualche nazione neutrale. A mio modo di vedere conviene che il Bondy resti tranquillo in Italia: non sono pochi gli ebrei stranieri che supplicano di intervenire presso le autorità italiane perché permettano loro di rimanere in territorio italiano (anche in un campo di concentramento o come internati).7


1 Michele Sarfatti, I confini di una persecuzione – Il fascismo e gli ebrei fuori d’Italia (1938-1943), Ed. Viella, Roma, p. 65
2 Michele Sarfatti, Ivi, p70 e nota 14
3 Atti e documenti della Santa Sede relativi alla Seconda Guerra Mondiale cit.
4 Per la citazione e le informazioni confrontare Raul Hilberg, La distruzione degli ebrei in Europa, Einaudi, Milano, Tomo I, pp.199-212
5 Il divieto di ingresso degli ebrei stranieri in Italia, in atto già dal marzo del 1938, quando era iniziato l’esodo degli ebrei dall’Austria a seguito della sua annessione alla Germania nazista, era stato formalizzato con il Regio Decreto Legge del 7 settembre 1938-XVI, n. 1381 - ed era continuato con provvedimenti emanati anche in seguito, come la circolare emanata il 19 agosto 1939 indirizzata ai prefetti del Regno, con la quale si stabiliva che agli ebrei germanici, polacchi, ungheresi e romeni nonché a quelli di qualsiasi nazionalità provenienti dalla Germania, sia vietato, sino a nuovo ordine, l’ingresso nel Regno (Ministero dell’interno a Prefetti del Regno, circolare n 443/76596 del 19 agosto 1939, in Archivio Centrale dello Stato (ACS), Ministero dell’Interno (MI), Direzione generale Pubblica Sicurezza (DGPS), Divisione affari generali e riservati (DAGR), cat. A16 (Stranieri e ebrei stranieri) b.2, f.5.) Per un riepilogo delle disposizioni che vietavano l’ingresso di ebrei stranieri in Italia cfr: Michele Sarfatti- I confini di una persecuzione cit. al capitolo Il divieto dell’ingresso in Italia degli ebrei stranieri, le disposizioni iniziali pp 65-88 e La pressione degli ebrei stranieri dopo l’entrata in guerra e le reazioni italiane pp,97-121
6 Le informazioni relative alle deportazioni sono tratte dal database centrale dello Yad Vashem
7 Serie Ebrei, posizione 015, pagina file Pdf 19

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